giovedì 12 dicembre 2013

Un Volo Senza Ali




Era una mattina piovosa in una località di mare. Non c'era stato permesso di indossare il costume, forse per scongiurare la possibilità che prendessimo freddo una volta usciti dall’acqua, quindi niente bagno. In spiaggia non c’era nessuno e in lei c’era il sorriso di chi sa che nel giro di mezz’ora sarebbe tornato il sole. Il mare era vivo come quello dei film ambientati in Africa. Spruzzava una nebbia salmastra che ci raggiungeva mentre ci inseguivamo a più di venti metri dalla riva, a ridosso della ferrovia. Dopo aver camminato a lungo tenendo distanti i nostri genitori, io e mia sorella eravamo incappati in uno stabilimento balneare stranamente disabitato. In quel luogo ameno ai nostri occhi e al contempo lugubre per l’assenza di qualsiasi forma di vita, era apparsa, come una nave fantasma, una vecchia altalena. Era altissima, costruita alla vecchia maniera: due grossi tubi laterali in metallo e una traversa sospesa ad almeno quattro metri d’altezza. Ci si poteva stare in piedi e Alma, aveva dato sfoggio della sua abilità facendola oscillare fino a mettere quasi le corde orizzontali. Io provavo sempre un po’ d’invidia per il suo coraggio ma anche un timore che scivolasse e venisse fuori una tragedia con i nostri genitori. Allora preferivo stare per un po’ a guardare senza disturbare la sua concentrazione e la sua danza volante. La vedevo come una ginnasta che aveva bisogno del silenzio del pubblico ma anche dell’applauso alla fine dell’esercizio. Alla fine mi ero stancato di aspettare e le avevo intimato di scendere. Sapevo che una volta montato io, lei avrebbe iniziato a spingermi da dietro per farmi andare più in alto, ma confidavo nell’arrivo dei miei genitori che l’avrebbero fermata. Dopo un po’ d’insistenza era scesa e mi aveva lasciato lo spazio per giocare. Ero salito in piedi, sfidando il pericolo e lei, come da copione, aveva iniziato a spingermi tenendosi a un palo laterale. Le corde si erano scomposte ma io avevo la sensazione di essere insieme a un’esperta di altalene e ci avevo preso gusto andavo veloce e mi sembrava di decollare. Sentivo lo stomaco che mi si staccava dall’interno ogni volta che raggiungevo la massima altezza. Scompariva e riappariva la sabbia, spariva e ricompariva mia sorella, poi sparivano le rotaie sull’argine di terra, lo stabilimento si era fuso con i colori della spiaggia e del mare e quella nave fantasma danzava sul mare in tempesta. Piegando le gambe durante la discesa prendevo via via velocità e arrivato al culmine dell’oscillazione, i piedi si alleggerivano come se stessi volando, non c’era nemmeno bisogno di tenersi, era come se il movimento stesso contribuisse alla sicurezza della discesa. D’un tratto avevo percepito un tale piacere misto a una tale eccitazione che avevo iniziato a sentire un prurito nei genitali poi una specie di leggerissima puntura di spillo proprio sulla cima del pene che mi aveva fatto mollare la presa e mi aveva fatto fare un volo acrobatico di una decina di metri fino a quasi precipitare in acqua. Il volo era stato meraviglioso e mia sorella era corsa spaventatissima a vedere se ero morto ma io non mi ero fatto assolutamente niente. Allora si era messa a ridere come una pazza per il mio volo incredibile e mi aveva detto che ero andato benissimo. Sembrava la bambina più felice del mondo, mi aveva preso per mano dicendomi che non mi dovevo spaventare e dovevo rimettermi sul sedile insieme a lei. Eravamo saliti insieme e non la smettevamo più di ridere, io seduto sul seggiolino di legno e lei sopra di me che gridava “ce l’ho fatta! Ce l’hai fatta... ce l’ho fatta! Ce l’hai fatta... ce l’ho fatta! Ce l’hai fatta... ce l’ho fatta! Ce l’hai fatta... 
Non so come, non so cosa era successo di preciso, ma la felicità si era trasformata in una scia di pipì calda sulle mie gambe. Ridendo, le avevo detto di smetterla ma nella pazzia nella velocità di quelle oscillazioni, nelle risate che non riuscivamo a far cessare, c’era qualcosa di meraviglioso che mi aveva fatto tenerezza e euforia insieme e alla fine aveva fatto parte del gioco. Eravamo poi scesi dal nostro trapezio e correvamo sul bagnasciuga per mimetizzare il misfatto agli occhi di mamma e papà. Nella corsa ci eravamo trovati proprio di fronte a loro. Avevano visto tutta la scena e avevano capito  quanto poco ci volesse per essere felici.
27 King Shaul Boulevard

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